Il CIE va chiuso senza “se” e senza “ma”

 

Essere imprigionati perché in assenza di documenti per me rimane una barbarie. Figuriamoci in luoghi dove non ci sono neanche gli asciugamani e delle lenzuola di stoffa…

Comincia alle 10 la mia visita di questa mattina al CIE di corso Brunelleschi, assieme ai miei collaboratori. Per almeno mezz’ora ci sediamo attorno a un tavolo con i rappresentanti di prefettura, questura ed ente gestore, a cui chiediamo un quadro dettagliato delle situazione e delle condizioni delle persone trattenute. Ed è la stessa direttrice del centro, quando domandiamo come stanno coloro che si trovano qui, a sentenziare: “sono trattenuti, quindi non stanno bene mai”.

Secondo i dati fornitici dalla questura, oggi al CIE sono presenti 81 persone, tutti uomini, su una capienza di 89 unità. La maggior parte è rinchiusa per assenza di documenti; 15 fra i presenti hanno fatto richiesta di asilo politico; 18 escono dal carcere. Oggi il massimo della detenzione è di 30 giorni per coloro che vengono da una precedente carcerazione, fino a 90 per i trattenuti che non arrivano dal carcere, ma per chi chiede asilo si bloccano le pratiche di identificazione ed espulsione fino al termine della procedura, ed è il tribunale ad avere la competenza per la proroga. È questa la storia di K., nel CIE già da 93 giorni mentre la mamma è ricoverata in ospedale, perché il tribunale ha deciso di trattenerlo oltre i 90 giorni, in attesa di una decisione sul suo ricorso. K. non si capacita che un suo amico, con la medesima situazione, abbia fatto richiesta d’asilo e sia uscito dopo 90 giorni mentre per lui il giudice ha deciso diversamente. Per questo, col pensiero rivolto alla mamma, da quattro giorni rifiuta di mangiare e bere.

Nonostante la riduzione dei tempi di detenzione massima, che prima poteva durare fino a 18 mesi, atti di ribellione, tentativi di suicidio e uso diffuso di psicofarmaci esistono ancora. Perché essere qui, privati della libertà, in attesa di un verdetto sul proprio destino, con la prospettiva di venire separati della propria famiglia, dopo aver magari vissuto esperienze fortemente traumatiche, questo è il problema. E nonostante le rassicurazioni dei responsabili sui servizi offerti, la qualità del cibo, i beni di prima necessità, sono invece tante le carenze che ci fanno ribadire che le condizioni di vita qui non sono dignitose. Ed è questo ciò che tutti i trattenuti ci ripetono, fino all’esasperazione: le lenzuola monouso in carta che durano una settimana, nessun asciugamano in dotazione, cibo scadente e sempre identico (un problema soprattutto per coloro che si trovano adesso in periodo di ramadan), stanze da sette persone in cui, nonostante i sistemi di areazione, non ci sono finestre da cui passi aria, con la conseguenza che molti scelgono di dormire fuori, bagni senza porte, naturalmente nessun frigo per conservare cibo e bevande, acqua calda dai rubinetti. E poi tempo libero vuoto e colloqui con i famigliari troppo brevi. Sono cose che possiamo vedere con i nostri occhi, accompagnati dai tantissimi ragazzi che vogliono parlare con noi, mostrarci tutto, dirci quanto poco sia “umano” tutto ciò, come il carcere – per chi c’è stato – in confronto sia il “paradiso”, come questi luoghi siano una “vergogna” per l’Italia.

C’è poco da aggiungere. I CIE sono fra i più grandi fallimenti della nostra recente storia. Un’orrenda vicenda italiana dentro una catastrofe europea e mondiale. Per questo la Regione ha chiesto l’immediata chiusura di corso Brunelleschi e la cancellazione della legge Bossi-Fini. Continueremo a chiederlo con forza e a effettuare sopralluoghi, raccontando ciò che vediamo, finché il governo non ci ascolterà, chiudendoli per sempre questi non-luoghi orribili, che tolgono il respiro.

 

Marco Grimaldi